Video – NAT SCAMMACCA Poeta e filosofo della scienza -Presentazione

A completare i precedenti post ecco la ripresa della della presentazione  del testo di Antonino Serina “NAT SCAMMACCA Poeta e filosofo della scienza “

La fisica e l’Antifisica

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Presentazione del libro del Prof. Antonino Serina “Nat Scammacca Poeta e filosofo della scienza” 20 Febbraio 2016 -Biblioteca Fardelliana Trapani

 

Nella sala grande della Biblioteca Comunale di Trapani “ Fardelliana”, si è tenuta il giorno 20 c.m. la presentazione dell’ultimo lavoro edito del Prof. Antonino Serina ( edizione Arianna) “”Nat Scammacca Poeta e filosofo della scienza” alla presenza di un folto numero di persone. Presentazione introdotta dall’Assessore Laura Montanti, presenti al tavolo anche il Prof. Salvatore Bongiorno che ha curato l’introduzione,

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la Direttrice della Biblioteca Dott.ssa Margherita Giacalone,  e Ignazzino Russo amico dii Nat Scammacca e componente dell’Antigruppo Siciliano.  E’ stata ricordata anche la figura di Nina Scammacca e il ruolo della sua sua opera  a favore della cultura locale. A margine della manifestazione la premiazione dei partecipanti al Premio Nat Scammacca voluto e sponsorizzato dal Pro. Serina con il concorso indetto presso le scuole superiori del Trapanese.

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Presentazione: Antonino Serina “Nat Scammacca Poeta e Filosofo della Scienza”

Professore Antonino Serina - Memorial Casa Scammacca

Dalla INTRODUZIONE dell’Autore a :
” E’ davvero incredibile per molti, anche dei suoi amici, immaginare Scammacca filosofo della scienza; uomo piuttosto straordinario sì, ma strano, tanto strano da essere ritenuto pazzo, anziché filosofo. Eppure egli stesso, in una visita privata, prima ancora che si ricoverasse al Creedmoore Hospital, confessò ad un medico: “Dottore, io so di essere malato, da diversi giorni non mangio e non dormo, ho una gran paura, tanta paura di certe perone che mi perseguitano.” E il dottore a lui:” Lo so, ragazzo mio, si vede subito che sei NatScammacaFilososfomalato … In verità, non mi sembri malato di mente, sei soltanto depresso” (Due Mondi, romanzo autobiografico, 1979, p. 103).
E’ un conflitto semplicemente affettivo il suo o è la diversa concezione della vita impossibile a viverla in un mondo legato a vecchie concezioni e credenze? Una serie di interrogativi che lo interessano, e possono interessare anche noi, ruotano attorno a punto centrale: il mondo fisico e il mondo psichico-mentale sono due mondi diversi, come comunemente si crede, oppure c’è un’unica realtà cosmica? Conseguentemente possiamo chiederci: il corpo e l‘io sono due entità distinte – ovvero il corpo e l’anima sono cose diverse, come si dice – o sono una entità? L’io e l’universo sono due realtà o sono compartecipi della stessa unità cosmica? Che senso ha la vita in dimensione cosmica?
Sono queste domande fondamentali a cui la gente comune sfugge, radicata su vecchie concezioni della realtà, ma che hanno interessato filosofi e scienziati da Mach ad Einstein e ai fisici della meccanica quantistica. La concezione che non esistono due mondi, vale a dire uno terreno e un altro divino, ma una < unità universale>, è la visione scientifica e rivoluzionaria proposta da Einstein.

Mostra del Disegno Contemporaneo di Piccolo Formato a cura di Nicolò D’Alessandro

La dissoccupazione è pari al 22,50 per cento e tra i giovani il 60 per cento è senza lavoro. Nella Città hanno chiuso quasi tutte le gallerie d’arte, molte si apprestano a farlo. Alcune resistono con grandi sacrifici sostenuti solo e soltanto dalla passione. Il pubblico in tale clima è disorientato, passivo e indifferente. Questa mostra ci permette di fare qualche riflessione sul valore di un mezzo molto spesso trascurato.Catalogo quadrato_Layout 1(ridotto)_008

La rivoluzione telematica, estranea all’arte, ha svecchiato il linguaggio non certamente l’arte delle nuove ultime generazioni o il sistema dell’arte sostenuto dall’ economia. Con questo privato tentativo, una mostra di disegni, cerco di riportare il senso della sua pratica nei giusti territori. Cerco di instaurare il sospetto ai consumatori, spesso passivi ed inconsapevoli del  contemporaneo, che il disegno è fondamentale nell’arte. Provocare, se pur in maniera marginale e non certamente esaustiva, l’incontro tra l’immaginario collettivo e la memoria della prima forma virtuale dell’uomo che da sempre ha comunicato, comunica e ha reso visibili i pensieri astratti in immagini disegnate. Ho la certezza che la contemporaneità, luogo definitivo della decadenza, progetta visibilmente soltanto il passato, poiché si nutre di passato. Non vuole e non può profetizzare alcun futuro. L’arte non è più in grado di immaginare ciò che verrà. Soltanto la scienza e la tecnologia sono in grado di leggere i percorsi che portano ai nostri futuri destini umani. Senza assumere una posizione disfattista, nonostante tutto, il ruolo dell’arte è non soltanto fondamentale ma indispensabile. Avverto il senso di inadeguatezza di fronte ai cambiamenti epocali che mettono in discussione il “senso” di ogni scelta. Ci confrontiamo con il tempo, con la contemporaneità. Navighiamo a vista in un panorama devastante e devastato, in un tempo artistico disomogeneo che deve fare i conti quotidianamente con il tempo del mondo.  Tutto accade, come in un       Catalogo quadrato_Layout 1(ridotto)_040
cortocircuito, tra finzione, velocità e realtà. Molto spesso ci domandiamo se tutto ciò che viviamo, ciò che vediamo enfatizzato, gridato attorno a noi, accade davvero. L’inconcepibile, l’insostenibile, nell’intero pianeta coabitano tranquillamente, con le necessità individuali dell’uomo, con le sue speranze. Con la voglia istintiva di appartenere positivamente alla vita, all’umanità, condividerne bisogni, dolori e gioie. Esistono delle sacche di resistenza individuale? Forse si. Voglio sperarlo con tutta la mia forza.

Osservando questi disegni di piccolo formato, alcuni artisti si  esprimono con una “resistenza delicata” agli attacchi di un sistema dell’arte che sempre più modifica la nostra identità, che non necessariamente esprime valori condivisi ma conferma una inarrestabile decadenza, la precarietà di un pensiero sempre più flebile e inconsistente.

In questa occasione trentotto artisti senza differenza generazionale, invitati su Facebook, coabitano con diversificate espressività, sensibilità, speranze sottaciute nella comune volontà di forzare il grande vuoto comunicativo con l’attraversamento del passato, con il teCatalogo quadrato_Layout 1(ridotto)_017ntativo di comunicare se stessi, la voglia identitaria di vivere e di sopravvivere nella umana speranza di perennità e di continuità. Alcuni lo fanno attraverso la pratica disegnativa che tiene conto delle “regole” compositive. Alcuni recuperano tracce di memoria di un mondo ormai scomparso  dove ogni cosa sembra essere incomprensibile. Dove il senso dello spaesamento, dell’inquietudine diventa visibile. Altri ancora con il fumetto, l’ironia, la fiction, gli ex libris raccontano con chiarezza le loro scelte este- tiche ed esistenziali. Alcuni artisti, con segni enfatici, tentano di forzare i luoghi della poesia e del sogno. Qualcuno con atteggiamento ludico, contemplativo, tra nostalgia e ricordo, disegna il proprio destino. Per quel che mi riguarda, il disegno è la mia casa. Mi piacerebbe diventasse una casa comune molto grande.Catalogo quadrato_Layout 1(ridotto)_009

Palermo, ottobre 2015

In ordine alfabetico gli artisti partecipanti alla I Edizione della Mostra del Disegno Contemporaneo di Piccolo Formato:

Giuseppe Agozzino (Agrigento)
“Cave Canem”, matita e tecnica mista su tavola, 2015

Gianni Allegra (Palermo)
“Partita infinita”, china su carta, 2015

Rosario Amato (Carini, Palermo)
“Prova di matita in blu”, pastello su carta, 2015

Giorgio Aprile, (Palermo)
“Ritratto”, biro blu su carta, 2015

Dario Balletta (Palermo)
“Òsamir dove sei?” II, mista e penna a sfera su carta da parato, 2015

Agnese Brusca (Priverno, Latina)
“senza titolo”, incisione, 2015

Ilaria Caputo (Palermo)
“Antica civetta”, china su carta antica, 2015

Sandro Chinellato (Conegliano, Mogliano Veneto)
“Il Molinetto Solitario”, acquaforte-puntasecca, 2015

Liliana Conti Cammarata (Palermo)
“Alberi”, china e china diluita su cartoncino, 2015

Luca Crivello (Bagheria, Palermo)
“Senza titolo”, matita e pietra nera su carta preparata, 2015

Nicolò D’Alessandro (Palermo)
“Torretta di Babele”, grafite su carta antica, 2015

Patrizio Di Sciullo (Roma)
“Il principio maschile incontra il principio femminile”,
inchiostro su carta, 2015

Fabio Dotta (Trieste)
“Ex libris-Milano Expo, 2015”, acquaforte su rame, 2015

Leonida Franco (5 anni) (Palermo)
“Senza titolo”, matita su carta, 2015
Carla Horat (Basilea)
“Senza titolo”, matita su cartoncino, 2015

Edo Janich (Valvasone, Udine)
“Senza titolo”, acquaforte su rame, 1994

Antonino Liberto (Palermo)
“Donna di spalle”, matita su cartoncino, 2015

Beppe Madaudo (Palermo)
“Leopardi”, grafite su carta, 2015

Sergio Mammina (Monreale, Palermo)
“PIN Guino inguaiato”, mista e biro su carta Fabriano, 2015

Gino Merlina (Petralia Soprana)
“Torre di Babele, puntasecca, 2015

Carmelo Micalizzi, (Catania)
“un diavolo per capello”, penna su cartoncino, 2015

Sara Morghese (Erice, Trapani)
“tre Dee di Sicilia”, grafite su cartone, 2015

Giorgio Negri (Palermo)
“My Last Slave”, carboncino su carta, 2015

Vincenzo Ognibene (Termini Imerese, Palermo)
“Il guaito del cane”, mista e matita su cartoncino, 2015

Franco Panella (Monreale, Palermo)
“Dialogo/Uccelli di Carta”, pastello su cartoncino, 2015

Gabriella Patti (Palermo)
“L’Isola sospesa”, matita su carta, agosto 2014-agosto 2015

Antonella Pomara (Palermo)
“Fischiando e ballando”, china e china colorata, 2015

Giovanni Proietto (Realmonte, Agrigento)
“Nel giardino dei limoni” (piccolo disegno)
Grafite su carta paglia, 2015

Gianni Provenzano (Agrigento)
“Senza titolo”, matita e carboncino, 2015

Simone Provenzano (Agrigento)
“Senza titolo”, matita e carboncino, 2015

Mariella Ramondo (Palermo)
“Sopravvivenza”, acquaforte su zinco, 2008

Gery Scalzo (Palermo)
“Paesaggio”, matita su carta, 2015

Rosaria Scotto (Gragnano, Napoli)
“Nei tuoi silenzi”, bulino su rame, 2015

Simone Stuto (Racalmuto, Agrigento)
“Senza titolo”, acquaforte su zinco, 2015

Giovanni Timpani (Napoli)
“Senza titolo”, china su carta, 2015

Valeria Troja (Bagno a Ripoli, Firenze)
“Senza titolo”, grafite su carta, 2015

Accursio Truncali (Palermo)
“Teste panormite”, china su carta, 2015

Pietro Vaccarello (Palermo)
“Senza titolo”, carboncino su carta, 2015

 

Sulla Valle dell’Apocalisse e su Nicolo’ D’Alessandro

Ignazio Apolloni

Sulla Valle Dell’Apocalisse e su Nicolo’ D’Alessandro

Se il mondo è un sistema di segni, come da qualche tempo a questa parte si va sempre più sostenendo, non pare dubbio che Nicolò D’Alessandro ne faccia parte. Cosa diversa sarebbe se il mondo fosse tutt’altra cosa perché fuori del segno grafico egli non vede altro. E’ attraverso la scansione del gesto; la scalfittura del bianco operata con l’inchiostro di china; 1’evocazione di immagini dal profondo cui dare vita, che egli si esprime. Abita nelle profondità marine del pensiero o dell’amnios, indifferentemente, e da lì affiorano le figure che danno corpo e forma ai suoi incubi.

Cosa faccia di un uomo un artista non è domanda cui sia stata data definitivamente una risposta. Per la verità non si sa neanche esattamente cosa faccia di un uomo, un uomo, fuori dalla sua dimensione carnale. E’ piuttosto ai valori che egli esprime, alla scala dei valori che egli ha espresso attraverso il suo poiein che dovrebbe darsi preminenza. Se un’operazione del genere sull’essere (e non sull’avere o l’apparire) si compie si scoprirà come il mondo sia più ricco di quanto non si pensi. E come la popolazione degna di far parte di una specifica categoria di intellettuali o di artisti sia più numerosa. Nicolò D’Alessandro ha la fortuna di operare in un campo praticato da pochi. Ha per maestri i fiamminghi e per allievi nessuno che si sappia. Diffìcile infatti seguirlo quando attinge dagli inferi mostri; molto meno quando accarezza delicatamente il volto di una donna cui voglia dare sembianze di angelo. In quest’ultima frequentazione ha potenti rivali, in Italia ed all’estero contemporaneamente; nella ricerca fantasmatica e ossessiva di mostruosità invece non lo segue nessuno. Con Bruegel, Durer o Cranach il medioevo ha esaurito il suo sforzo creativo. Epigoni di quei grandi si sono avuti persino in Sicilia (si pensi alla villa Palagonia di Bagheria). Con il razionalismo francese e il positivismo inglese la Storia ha voltato l’ultima pagina di quello spaventoso periodo. E’ iniziata l’era dell’ottimismo, della costruzione sistematica di un futuro più duraturo, di un gigantismo retorico e un uso sfrenato dei mass media.

Più nessun posto dunque per i cani della coscienza, per i guardiani del bene da porre a difesa delle porte del paradiso per impedirne l’ingresso alle forze del male? Difficile dire, ancora più difficile sperare se solo si pensi alla catastrofe che ha colpito l’intera umanità durante l’ultimo conflitto mondiale. L’ecatombe di valori che si è realizzata tra il bombardamento aereo di Guernica e l’edificazione mostruosa di un monumento alla morte (il cui simbolo è tuttora espresso efficacemente dal portone, dalle torrette e dai binari che conducono all’inferno di Auschwitz) è ancora lì a ricordarci che all’artista è dato solo di rappresentare. Altrove risiedono le forze per sconfiggere nuove e ulteriori tentazioni di quel genere.

Cosa può fare però l’artista perché chi guarda abiuri, si carichi di senso morale, uccida dentro di sè il demone della distruzione e prorompa in un impeto di giocosità e fervore operativo? Nient’altro se non ciò che ha fatto Nicolò D’Alessandro con il disegnare in ottanta metri una ipotetica Valle dell’Apocalisse. Tra vulcani che vomitano fiele; frotte di questuanti e beceri; animali antropomorfizzati a dire di come l’uomo talvolta non si sia ancora evoluto, in quel disegno c’è un via vai di tensioni etiche ed esistenziali di molte generazioni aduse a stigmatizzare il male. Io non so se egli abbia letto “L’Opera al Nero”

di Marguerite Yourcenar. Tutto però mi induce a pensarlo, e soprattutto ciò mi dice il suo racconto dall’omonimo titolo “La Valle dell’Apocalisse” da cui sembra abbia tratto lo spunto per l’esplosione di tristezza, rabbia e rancore che è data cogliere nell’opera grafica.

Ma non solo di questo è impregnato il disegno perché è dato rilevare qua e là un’ironia da capestro (quando mette il capestro a personaggi illustri del nostro tempo da sbeffeggiare, da irridere) o un’ironia da metempsicosi (quando immagina una forma di redenzione attraverso un semplice travestimento dei sullodati personaggi). Con la precisione dei tratti o la vaghezza dell’accenno all’uno o all’altro di uomini che pretendono di avere fatto la Storia il Nicolò ne delinea sufficientemente la piccineria. Ben altri furono i Grandi: dell’Arte, della Poesia; della Letteratura. In politica, dopo Alessandro il macedone o Federico II forse ci sarà posto soltanto per Napoleone Bonaparte.

Conosco questo perennemente giovane artista da almeno venticinque anni. Ammirato di lui e delle cose che andava creando l’ho sentito spesso popolare i miei sogni. Non so se fosse sempre lui a tracciare le linee tortuose del mio pensiero ma sono certo che ogni volta mi sia apparso alla mente un suo disegno era come se dietro ci fosse un grande Disegno. Quel suo procedere per velocissime e nervose abrasioni della carta (per l’inevitabile graffio che vi lasciava la punta del pennino intinto nella china) acceleravano a tal punto i miei battiti cardiaci da farmi entrare subito in sintonia con lui. Fossi stato un grafico avrei anch’io segnato sulla carta miliardi di macchie longilinee e puntiformi, quasi tutte arcuate. Dovendo invece usare la scrittura alfabetica (sia pure nelle sue illimitate capacità combinatorie) ero costretto a una produzione più lenta. Dentro tuttavia mi rimaneva l’angoscia del non riuscire a dire: quella che trasforma un qualsiasi autore in una sorta di cavaliere dimezzato, se non addirittura in un cavaliere inesistente a causa delle molte cose che non hanno avuto lo sfogo della creazione.

C’è però qualcosa di cui deliberatamente non ho mai scritto, e cioè la morte. Non l’avevo fatto prima, ancor meno pensai di farlo allorché per un puro caso mi trovai dentro il museo Abatellis di Palermo, a guardare il suo Trionfo rappresentato -su una parete affrescata di quel museo- da uno scheletro e tanti cavalli pronti a schizzare via dalle tenebre (forse come atto liberatorio e forse per paura). Ero terrorizzato. Non tremavo solo perché avrei avuto vergogna di farlo. Accanto a me un asciutto signore, poco più che un ragazzo mi dichiara la sua irresistibile attrazione per la trasfigurazione della carne in ossa, per il biancore delle ossa ben tornite contro il nero di fondo. Solo entrando nello Yad Vashem di Gerusalemme e percorrendo silenziosamente i corridoi segnalati dalla fioca luce delle candele accese (mentre una voce femminile e una maschile scandiscono i nomi di milioni di vittime del nazismo) ho provato un orrore più grande. Quella visione in me ha bloccato il processo dissociativo (per il quale ad una certa età si comincia a parlare della fine). Per Nicolò avrà invece svolto una funzione esoreistica ed ecco perché -a partire dal ritrovamento del bucranio a Godrano- ha cominciato a evocare i mostri altrui cui dare diversa e più moderna parvenza.

Il “Giardino delle Delizie” e “La nave dei folli” sono tra le massime espressioni della sua genialità, al limite di una follia controllata, perchè corretta da un intervento evolutivo del subconscio. Le frammentazioni, le segmentazioni, la costante vivisezione che egli aveva fatto prima di allora di figure o di composizioni nate corali finalmente di organizzano e si compongono. Nasce così, e finalmente, l’opera compiuta. Non più gesti isolati ma poemi. E’ qui che egli comincia a rivelare la maestosa grandiosità, la prorompente vitalità, l’acutezza visionaria che fanno del racconto “La Valle dell’Apocalisse” un grande affresco, e dei corrispettivi ottanta metri un grande poema (a volte un tantino farsesco).

C’è comunque dell’altro nella sua enciclopedia, non solo il thanatos dunque. Da qualche tempo spazia sempre più spesso sul terreno muliebre per apprezzarne il fascino e il piacere di figure tra oniriche e reali. Coltiva l’eros intellettuale con la stessa intensità di un George Bataille o un Michel Foucault; disegna donne sdraiate, un tantino lascive, come soleva fare Paul Delvaux. Il massimo della grazia tuttavia lo esprime quando lascia assorbire dal mistero gli occhi di una donna o quando ne ricopre il capo di una capigliatura densa di rimandi alla magia cabalistica. Non conoscendo alcun limite la sua fantasia può spaziare dalla concupiscenza alla icastica, dalla giullarata alla favolistica, dal misticismo all’epica. Una menzione a parte meritano i turbanti e le acconciature delle sue donne, più simili a quelle di Giotto che a creature terrestri.

C’è un ricordo, ormai lontano nel tempo, che ci accomuna. Cinque poesie illustrate con tale maestria da denotare già da allora il futuro maestro. Che si sappia è ineguagliato. Affermo con assoluta certezza che è ineguagliabile.

Mite; più spesso sorridente e molto spesso sornione; multiforme nella creatività e uniforme nella vita (per il culto degli affetti profondi e

sinceri che nutre per alcuni vecchi amici come me o Nat Scammacca). Disposto a dire il bene del meglio o viceversa (come è il caso di Michele Perriera, misterioso e complesso regista teatrale di Palermo cui spesso ha offerto il meglio della sua sapienza scenografica o grafica) Nicolò D’Alessandro è molto meglio conosciuto all’estero che non in patria. Sarà perché l’inusuale attrae più frequentemente coloro che non si trovano a loro agio nelle regioni che abitano o da cui dovrebbe trarre linfa la loro cultura, ma è sicuramente così. Chi è pacificato con il proprio ego, che riceve il calore -sia pure a tratti- del sole mediterraneo (e anche Trieste è bagnata dall’uno e dall’altro) non sente l’urgenza spaventosa degli anfratti o dei crepacci. Cosa faccia di un artista come lui, vissuto tra la Libia e Agrigento, un demone anarchico, un irripetibile eccentrico rispetto alle forme più conosciute è davvero un mistero. Se l’estetica può spiegare il divenuto solo la genetica avrebbe potuto spiegare il divenire.

Ambivalente e ambidestro (per l’uso indifferente che può fare dell’una o dell’altra mano); polivalente ma omogeneo in ciascuna disciplina della quale si occupa; rivoluzionario senza cedimenti nei confronti dei massimi e minimi sistemi, ripudia le ideologie come ossificazione delle idee. Il fluire delle sue parole è un torrente che in mancanza di sbocco al mare (le finestre di casa sua vengono rigorosamente tenute chiuse durante le visite di amici o curiosi) sembra trasformarsi in pioggia torrenziale, e quindi in una sorta di inondazione da monsone. Si esce da quell’oasi di cultura e sapere sapendo di saperne di più su ciò che si è visto e udito ma … udite , udite, con l’udito desideroso di riposo. Può parlare per ore, può tacere per non più di due minuti: giusto il tempo di andare a prendere un album di originali (nel duplice senso di esemplari unici e inimitabili) o altri originali estratti da un cassetto. Frattanto l’occhio avrà spaziato da una collezione di bicchierini da rosolio a una di cucchiaini di argento da caffè. Alle pareti -imprevedibilmente- qualche dipinto a olio di un santo, o sfrangiate riproduzioni sottovetro di celebrazioni liturgiche. Con un busto altresì di Pirandello a fare la guardia a tanto ben di Dio.

Se la funzione di uno scritto come questo serve a fare conoscere un artista spero di esserci riuscito (almeno in parte). Se non ci sono riuscito spero di avere suscitato sufficiente curiosità da desiderare di approfondirne la conoscenza. Cosa possibile se si riesce a stargli vicino per un quarto di secolo. Tanti sono gli anni che conosco ed ammiro Nicolò D’Alessandro.

3.10.1997

Ignazio Apolloni