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GIANNI RIOTTA

 

 

Tra il 1970 e il 1971 Palermo fu teatro di animati concerti rock, che raddoppiarono la già ricca offerta jazz del Palermo Brass Group e della musica classica richiamata dal barone Agnello. Un paradiso musicale per noi ragazzi squattrinati e entusiasti. Al margine di un concerto con il mio amico Gabriele Profita ci imbattemmo in un gruppo di artisti, guidati da Ignazio Apolloni eVira Fabra, che avevano decorato le loro sgargianti camicie con versi poetici. Apolloni, avvocato di giorno poeta beat la notte, e Vira, gentile e sensibile, adottarono la coppia di studenti famelici che eravamo io e Gabriele e nella casa di via Trinacria culture diverse si incontrarono a cena. Tra gli uomini dell’Antigruppo passava Certa, che come noi era un militante del Manifesto, passava Cane profeta della sicilitudine (in cui non credevamo, né crediamo, persuasi della Sicilia global), passava Terminelli (Interminelli lo chiamò il regista Toti, autore di E di Shaul e dei sicari, con riferimento dantesco), passavano i pittori e tanti altri artisti. E passava Nat Scammacca.

Americano, aveva combattuto durante la seconda guerra mondiale come pilota, ma da pacifista volava solo con carichi umanitari e medici. Ci spiegò la tecnica che aveva elaborato per attraversare l’Himalaya senza troppi danni, non volare a picco delle vette ma salire su in una lunga spirale, poi tenersi alto in crociera e tornare giù a spirale. Viveva tra Palermo e Trapani, dove dirigeva un curioso periodico, Trapani Nuova. Ma Nat sorvolava alto sulla vita di provincia, scriveva belle poesie ricche di vena americana e pathos italiano. Noi volevamo disperatamente imparare l’inglese (io in realtà l’americano) e cosìun pugno di noi, io, Gabriele, i fratelli filosofi Nino e Sasà Galante, il logico Paolo Guidera, detto Fritz, Tecla Mazzarese (oggi insigne filosofia del diritto) ci trovammo nello scantinato di Nat a far lezione, la mattina presto. Lui combatteva il freddo con una coperta elettrica, allora davvero mai vista in Sicilia, e in breve ci insegnò la lingua, non il birignao delle scuole ma un inglese (americano!) vivo, vitale, utile. Ci presentò un giovane poeta, Andrew, cui la mamma rimescolava il latte con un cacciavite arruginito, tradusse per noi i proverbi, “donna barbuta sempre piaciuta” con un perfetto “woman with a beard is loved and never feared”. In breve il poeta americano siciliano pacifista beat antigruppo e i suoi allievi appassionati diventarono amici, fratelli, sodali. Con l’inglese di Nat io mi ci son guadagnata poi la vita, ramingo in giro per il mondo, indeed. E tante volte, di fronte alla violenza del potere, ho usato la sua tecnica di volo pacifica, alzarsi in alto a spirale, lunga alta crociera dove né le gole insidiose dell’Himalaya né la contraerea nemica possono farti male, e infine serena ridiscesa a valle. God bless you Nat, good faith Mr. Ambassador with full credentials of the America that we love and will love 4 ever.

Gianni Riotta

         

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