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GIOVANNI OCCHIPINTI

Ragusa, 05-11-2007

Caro Nat,

di te scrissi nel mio “Le confuse utopie” (Sciascia, 2003), ma i tuoi amici, che sono, poi, anche i miei, ma i più lontani, fuorchè nel pensiero: Carmelo Pirrera, Ignazio Navarra, Ignazio Apolloni e altri carissimi compagni di strada con cui condivido l’avventura della Parola “i tuoi amici”, non lo sanno. Lo ricordavo qualche tempo fa all’immaginifico ed eccentrico Apolloni, che di quando in quando ama farmi qualche blitz telefonico (graditissimo, per altro!), sorprendendomi e divertendomi con certe sue surreali battute con un fondo di piccante provocatio.

E dunque, sì, di te parlai. E furono, quel tempo della nostra giovinezza, soltanto misere scaramucce, le nostre, innocue battute composte col piombo tipografico del tuo mordicchiante “Trapani Nuova”. Ma mi piaceva, che dirti?, la tua teatralità istrionica e magnogreca, che dimensionava di volta in volta la tua superiore statura, mio caro carissimo polemista, mio sbraitante idealista, sportivo e sportivamente distinteressato, pure nella verve della passione.

Fummo entrambi svantaggiati dalla distanza – le piccole vendette della geografia! I nostri caratteri, per certi aspetti combacianti, ci avrebbero semmai uniti, e forse qualcosa avremmo potuto fare insieme, entrambi al servizio della Parola, ma a condizione di non drammatizzare l’ideologia nella chiacchiera del teatro! Ho sempre stimato, in te, il poeta che avendo “smarrito” la strada di casa ha capito che un cittadino-del-mondo poteva vivere anche in Via Argenteria, sognando il lago Cepeo e la sua origine magnogreca in un uno dei posti più suggestivi della Sicilia e del mondo.

Ascolta quello che ho scritto di te alle pagine 323-324 del mio libro, sotto il titolo: Nat Scammacca: un poeta dimidiato.

Ericepeo (’90), di Nat Scammacca, è un titolo tratto dalla mitologia greca, ma è nello stesso tempo una contrazione di Erice (nei cui pressi risiede il poeta, sulla via Argenteria, strada antichissima di quella zona) e Cepeo, il lago Cepeo appunto. Ericepeo è dunque un nome che racchiude il concetto cosmogonico del principio. Scammacca è un poeta dimidiato: la sua metà è in America, perchè da lì proviene; e l’altra metà risiede nella Sicilia dei suoi Avi, che identifica con gli eroi del mito greco, avendoli mitizzati per il fatto che l’autore ha scelto la sua nuova dimore nella terra del mito. Ciò però lo costringe a vivere la condizione di sdoppiamento propria di chi sia stato sdradicato dall’ambiente che lo ha visto nascere e crescere fino al giorno in cui, chiamato alle armi, partecipò alla seconda guerra mondiale da ufficiale pilota. Da quel momento egli divenne cittadino del mondo e uomo di patrie diverse. Difficilmente i “due” Scammacca si combineranno in “uno”. Le sue , sono immagini che si sovrappongono, si affollano, sfumano come in un lungo sogno vissuto a occhi aperti. Tutto questo è certamente scomodo, ma straordinario, sia pure col rischio di un qualche effetto, come dire, alienante. Talchè l’uomo è inquietato da un’ansia di provvisorietà che vorrebbe farlo essere qua-là-altrove: luoghi che ama e desidererebbe rivedere; che ama e mai potrebbe lasciare. È un sentimento grande e turbato, il suo, che lo fa poeta appasionato e ingenuamente innamorato delle parole. Della parola: la scrittura che dà vita alla “favola” del suo travagliato immaginario. Da tutto questo si origina la sua poesia, così come anche la prosa che da quella è alimentata, a sua volta alimentandola, secondo un processo simpatetico di reciprocità: cosicchè. Dall’una può scaturire l’altro e viceversa. A darci ragione in questo nostro assunto, valgano la poesia del secondo volume di Ericepeo, quelle dall’autore chiamate “poesie filosofiche e metafisiche”; si legga per esempio Di nuovo e di nuovo ora, o qualche altro componimento ancora, più costruito ma meno spontaneo, eppure gli uni e gli altri concepiti dalla stessa personalità poetica: “Sempre lo stesso contrasto: lato contro lato. “E chiunque osi guardarci da vicino vede soltanto una scusa luce equivoca. I due mondi tendono l’uno all’altro per unire deserti di polvere a sogni e sono in ciascuno di noi”(Due mondi).

Considera queste mie parole una lettera postuma all’amico poeta del quale l’altro ha voluto recuperare il pensiero per farlo proprio.

Giovanni Occhipinti

         

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