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MARIO GALLO

Un bel giorno

Un bel giorno, al Circolo Mazzini, comparve lui: l’americano, Nat Scammacca.

Chiariamo subito che il circolo Mazzini (amorevolmente chiamato “u fossu”, il fosso, nel senso che se ci capitavi dentro non ne uscivi più!) nei difficili e pur esaltanti anni dell’immediato dopoguerra era il covo repubblicano di un folto gruppo di teenagers, di una borgata di periferia di una periferica città siciliana: Trapani.

Ma torniamo a Nat.

Nipote di emigrati siciliani, nato a Brooklyn nel 1924, valoroso ufficiale pilota in Cina, India e Birmania durante la seconda guerra mondiale, spinto – quando si dice il destino! – dal desiderio di conoscere i parenti siciliani del nonno, Nat (doverosamente messo in guardia da parenti ed amici sulle insidie e i pericoli che si potevano correre in quella terra di banditi – Giuliano – e di mafia) alla fine del 1948 s’imbarca alla volta della lontana chimerica Sicilia (col bagaglio di una conoscenza dell’italiano o del siciliano che spaziava fra buccetta, vale a dire forchetta, e lona alias luna). Al porto di Palermo ad attenderlo c’erano i genitori di Nina (Peppino Di Giorgio con la moglie, Maria Catalano, nipote del nonno di Nat); dopo i convenevoli necessariamente scambiati a gesti, una veloce (!) littorina li porta a Trapani, dove (in un alloggio del Museo del Pepoli) abitavano i Di Giorgio, padre, madre e … figlia.

Da cosa nasce cosa, come fu come non fu, lingua o non lingua, l’affascinante americano e Nina, l’anno dopo, convolano a giuste nozze. Fu così che, introdotto dal suocero, Peppino Di Giorgio, figura “risorgimentale” di mazziniano-anarchico, nostro indimenticato maestro di vita, una sera la covo ci vedemmo comparire questo Nat, un “pezzo di giovane”, un bel ragazzo innegabilmente, alto, tipicamente dinoccolato, comprensibilmente a disagio per essere stato catapultato fra tanti sconosciuti (“l’uomo venuto d’oltre oceano, piovuto per caso sulla loro spiaggia, ero stato catturato e stretto con corde legali e invisibili che stavano facendomi impazzire nella sicilitudine di un paese chiamato Trapani”, confesserà vent’anni dopo in “Due Mondi”, dedicato a Nina).

Era stata Nina a catturarlo con corde legali, ma era stato lui a sottrarci, al mercato delle occhiate (le sole “contrattazioni” allora concesse a giovanotti e ragazze, cose oggi da non crederci, a chi le racconti?!), un soggetto… così ben quotato: quindi curiosità e formale cortesia nei confronti dell’ospite, ma sotto sotto un iniziale pizzico di sottile risentimento verso l’intruso d’oltre oceano (che però mano a mano doveva poi diventare “uno di noi” al punto di assumere il ruolo di guida nella fase di risveglio del dibattito culturale sociale e politico dell’Isola).

Succedono anni di profondo lacerante ribollente travaglio nella vita di Nat, (…quando distorcendomi e voltandomi mi ero perduto in quei binari …), quelli che rischiarono di farlo impazzire nella tormentata ricerca della saldatura dei suoi “due mondi” (Seattle o Trinacria?), e dei quali egli chiama tutti a testimoni, una sorta di pubblica autoflagellazione, mettendo crudamente a nudo gli accadimenti ed i sentimenti più intimi (il “pazzo” della montagna che dice la verità anche quando fa male a me stesso, ai miei, agli altri).

Mano a mano, il “nuovo” mondo gli disvela altri aspetti della vita, gli avvicina nuovi amici primi fra tutti quelli del Circolo Mazzini, lo coinvolge, assegna alla sua generosità, al suo carisma ed al suo essere e vievere da “ poeta” nuovi obiettivi e nuovi impegni nella ricerca – salutare e gratificante – delle sue radici più profonde, nella Sikania degli avi (…ho ramingato e lo faccio ancora cercando la mia isola. Voglio tornare a casa…).

Senza rinnegare la verde America dell’infanzia e della giovinezza, quella a cui è legata la sua formazione culturale, Odisseo dopo lungo e tormentoso peregrinare approda alfine alla sua isola, è infine in pace con se stesso, ha (ri)trovato qui in Sicilia (la terra passionale e feroce che ha visto ogni cosa e ancora sopravvive) la sua casa: “Here is my kingdom, here I am King” (Schammanat = e qui mi sia consentito di citare la dedica: “July 26, 1988 – For the Gallos these poems are dedicated to the ‘Home’. Sincerely yours Nat Scammacca”, enfatizzando l’Home, le radici, al cui significato mi sapeva sensibile per la mia condizione di “emigrato” sia pure indigeno).

E con la casa ha ritrovato se stesso: “Sono libero, dico ciò che voglio, libero proprio qui in Sicilia. Qualcuno ha affettuosamente annotato che “il suo italiano resta sempre pittoresco e genuinamente … pensato e parlato in americano ! Mi sento anch’io un elimo, un Ulisse a difendere la lingua siciliana, anche se sono costretto ad esprimermi in italiano ( i miei avi non mi hanno insegnato il siciliano)”.

La sua casa, circondata dalle rose alle quali dedica alcuni dei suoi versi più belli (Mi chino su di esse a guardarle per ore chiedendomi come crescono), è alle falde della mitica vetta ericina (a cui si attacca come un lattante al seno della madre), sulla quale a sera la lona, languida, si lascia andare come su un sofà.

La dimora di Nat (“Qui dove fermi viaggiamo”) diventa un polo di attrazione per poeti e letterati da tutto il mondo.

Nat (e Nina… lavora!) riceve gente, urla i suoi versi (quel suo modo di declamare che inizialmente ci lasciava sconcertati, almeno noi profani!), discute, s’infiamma, litiga, si esalta: vive!

Qui, e in tante piazze di Sicilia dove col fervore del missionario laico porta una voce ed uno stile nuovi, esplode e si manifesta per intero la sua natura di uomo e di poeta per il quale Ignazio Apolloni ci ha invitato a tributare, ognuno come sente e come può, l’omaggio “all’uomo, al poeta, all’idealista, al trouble-maker, a colui che contribuì a creare l’Antigruppo credendoci fino allo spasimo, al sistematico agitatore intellettuale incarnato da quel gigante capace di smuovere dall’apatia altri poeti, artisti, storici, uomini di cultura e gente comune”. A proposito di Antigruppo, questo movimento di rivolta di tanti spiriti liberi della cultura siciliana nei confronti dell’establishment, non possiamo trascurare di ricordare la terza pagina del “Trapani Nuova”, un foglio di provincia ( a lui data in concessione esclusiva ed incondizionata proprio da uno di quei ragazzi, Nino Montanti, che molti anni prima avevano accolto l’americano al Circolo Mazzini), che diventa portavoce del movimento e prestigiosa tribuna aperta al libero dibattito culturale.

Dalla terrazza della sua reggia lo sguardo spazia sul mare: all’orizzonte le isole Egadi si avvicinano e si ergono nel nostro soggiorno. E quale migliore osservatorio per chi come lui (fermo ma in viaggio: ossimoro affascinante e rivelatore), scavando e scavando per riportare al sole le radici più profonde della sua esistenza, ad un certo punto s’imbatte in “The sicilian origin of the Odyssey” di un cert L. Greville Pocock, professore neozelandese interessato alle cose mediterranee!? Il quale, sic et simpliciter, riprende, sostiene e dimostra la tesi che quelle isole che si ergono nel soggiorno di casa Scammacca, quando si dice il caso, sono nientemeno la scena su cui si è svolta la vicenda di Odisseo, il suo alter ego!.

Nat non vive più se non per diffondere al mondo la lieta novella. Sono fecondi anni di passione, di fervore, di entusiasmo infantile, coinvolgente (due convegni internazionali all’Hotel Tirreno, giornali, televisione, dibattiti): qui è Itaca-Scheria, qui è la dimora di Odisseo, la sua dimora perchè Odisseo si è reincarnato in lui.

Una teoria che, prescindendo dal suo valore storico o fantasioso, induce molti di noi “non addetti ai lavori” (turbati ed affascinati da una così ardita costruzione collocata in quegli stessi siti in cui restano piantate e coltivate le nostre radici) ad affermare, paradossalmente, che non è solo o soltanto la validità scientifica dell’origine siciliana e trapanese dell’Odissea che più interessa, quanto l’indicazione che se ne riceve: questo mettere a nudo radici e localizzazioni sepolte nelle stratificazioni dei secoli, può essere persino un bluff, ma offre un’occasione comunque da non perdere, una leva, un’appiglio, uno scoglio cui aggrapparci per non farci risucchiare nei turbinosi gorghi dell’abulia, della cecità e della rassegnazione di oggi.

Gli anni scorrono inesorabili e arriviamo all’epilogo.

Nei fugaci ma intensi incontri estivi, ospite il più delle volte nella sua terrazza dove amoreggiava con le orse, ho potuto conoscerlo più da vicino consolidando vieppiù sentimenti di considerazione, amicizia ed affetto. All’ultimo nostro incontro, alla premiazione di Erice Anteka all’Hotel Tirreno, seduto silenzioso ma attento, il gigante ai miei occhi presentava ora un aspetto di incorporea diafanità: era il riposo del guerriero. Il mio bacio di commiato incontrò casualmente la sua fronte: mi piace ora pensare a quel segno di affetto come ad una sorta di lode accademica tributata alla tesi di laurea sulla vita dell’uomo e del poeta, vigorosamente e brillantemente sostenuta dall’americano conosciuto tanti e tanti anni fa al Circolo Mazzini.

Per concludere, vorrei qui riportare il mio ricordo espresso in una pagina a lui dedicata sul siculo-fiorentino Lumie di Sicilia: “Sono grato alla sorte per avermi fatto incontrare Nat Scammacca, poeta in ogni fibra del suo essere. Gli sono stato amico: alla sua morte ho pianto.”

Firenze, Maggio 2006

Mario Gallo 

         

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